Arriva la stretta contro il greenwashing, ma per il Codacons i consumatori devono essere tutelati subito.
Con il D.Lgs. 20 Febbraio 2026, N. 30, l’Italia ha recepito la Direttiva UE 2024/825, rafforzando la tutela dei cittadini contro le pratiche commerciali scorrette legate alla transizione verde.
Le nuove disposizioni saranno applicabili dal 27 Settembre 2026, ma l’associazione avverte che già oggi i consumatori sono esposti a slogan ambientali generici, promesse “green” non dimostrate e possibili rincari legati a prodotti presentati come sostenibili.
Il Codacons lancia l’allarme sulle finte promesse verdi che compaiono sempre più spesso su confezioni, pubblicità, siti di commercio online, prodotti di largo consumo, moda, cosmetici, energia, trasporti e servizi.
Secondo l’associazione, espressioni come “eco”, “green”, “naturale”, “sostenibile”, “rispettoso dell’ambiente” o “a impatto zero” non possono essere usate come semplici leve commerciali se non sono accompagnate da dati chiari, verificabili e comprensibili.
Il fenomeno, osserva il Codacons, è confermato anche dai dati europei.
Secondo la Commissione europea, il 53,3% delle dichiarazioni ambientali esaminate nell’Unione europea è risultato vago, fuorviante o infondato, mentre il 40% non era supportato da prove adeguate.
Per l’associazione, questi numeri dimostrano che il problema non è la sostenibilità, ma l’uso della sostenibilità come etichetta promozionale priva di riscontri reali.
Il rischio concreto, denuncia il Codacons, è che il consumatore paghi di più un prodotto perché lo ritiene più sostenibile, senza poter verificare se il beneficio ambientale dichiarato esista davvero.
Per questo l’associazione chiede controlli immediati sui claim ambientali e maggiore attenzione verso tutti i messaggi che promettono vantaggi ecologici senza spiegare quali siano, come siano stati misurati e da chi siano stati certificati.
Ai cittadini il Codacons suggerisce di verificare alcune informazioni prima dell’acquisto.
La promessa ambientale è spiegata in modo chiaro o resta generica?
È riferita all’intero prodotto o solo alla confezione?
Sono indicate percentuali reali di materiale riciclato?
Ci sono certificazioni attendibili e verificabili?
Il prodotto è effettivamente più durevole o riparabile?
La riduzione delle emissioni è documentata?
Il prezzo più alto è giustificato da un beneficio ambientale concreto?
L’associazione richiama anche il legame con la salute pubblica.
Ambiente e salute, sottolinea il Codacons, non sono mondi separati.
Aria, acqua, rifiuti, materiali, filiere produttive e consumi incidono direttamente sulla qualità della vita.
Una comunicazione ambientale ingannevole, secondo l’associazione, non danneggia soltanto il consumatore come acquirente, ma anche il cittadino che ha diritto a informazioni corrette su scelte capaci di incidere sull’ambiente e sulla salute collettiva.
Nella fase precedente all’applicazione delle nuove disposizioni, il Codacons chiede il rafforzamento dei controlli sui green claim utilizzati nella pubblicità, nel commercio elettronico, nel packaging, nella moda, nella cosmetica, nei trasporti, nell’energia e nei prodotti di largo consumo.
Per l’associazione, la sostenibilità dichiarata deve diventare un impegno documentato e verificabile, non un costo aggiuntivo mascherato da scelta etica.
Afferma Francesco Tanasi, Segretario Nazionale Codacons:
“La sostenibilità non può diventare una parola magica per giustificare prezzi più alti o orientare le scelte dei consumatori senza prove reali.
Quando un’impresa usa parole come green, eco o impatto zero deve dimostrare ciò che promette, perché il cittadino ha diritto a sapere se sta pagando per un beneficio concreto o per una semplice operazione pubblicitaria.
Il greenwashing può ingannare i consumatori, penalizzare le aziende serie e svuotare di credibilità la transizione ecologica.
Le nuove regole rappresentano un passo avanti, ma i controlli devono partire subito, perché tra oggi e Settembre i cittadini non possono restare esposti a claim vaghi, promesse non verificabili e messaggi costruiti più per vendere che per informare”.





















