Sono entrate in vigore dal 1° gennaio 2026 le nuove tariffe dei pedaggi autostradali, adeguate all’inflazione con un aumento medio dell’1,5%, pari all’indice di inflazione stimata per l’anno appena cominciato.
A due settimane dal via, Altroconsumo, la più grande organizzazione di consumatori indipendente in Italia, fa sapere quifinanza ha analizzato 38 tratte strategiche per la mobilità su strada della rete italiana: ecco le evidenze più interessanti.
I rincari ci sono, ma non sono uniformi: molto dipende dalle aree e dalle tratte considerate.
L’aumento medio rilevato è dell’1,1%.
Il dato – riportano gli esperti di Altroconsumo – può apparire contenuto, ma – consigliano – va letto tenendo conto di tariffe già elevate e dell’uso frequente dell’autostrada da parte di pendolari e lavoratori.
Insomma, sul bilancio di fine anno l’aumento potrebbe non essere irrilevante per le famiglie italiane.
Nella maggior parte dei casi rilevati da Altroconsumo gli aumenti si traducono in 10 o 20 centesimi in più a tratta.
È il caso, ad esempio, di collegamenti molto utilizzati nel Nord Italia come Dalmine-Milano Est, Bergamo-Milano Est o Trento Nord-Bolzano Sud, dove i rincari percentuali superano il 2%.
Anche sulla tratta Agrate Brianza-Milano (A4) l’aumento percentuale risulta più elevato, ma va letto con cautela: si tratta infatti di un collegamento molto breve, dove un incremento di 10 centesimi – su prezzi arrotondati al decimo – produce automaticamente una variazione percentuale più marcata, senza che questo rappresenti un aggravio particolarmente significativo in valore assoluto.
La lettura, però, diventa più interessante se si considera chi sono gli abituali frequentatori di quel tratto: i pendolari sui quali quell’importo pesa di più vista la frequenza con cui percorrono quell’autostrada.
Il problema emerge soprattutto nel medio-lungo periodo.
Dieci o venti centesimi in più possono sembrare trascurabili se considerati singolarmente, ma diventano un costo rilevante su base annua per chi utilizza l’autostrada quotidianamente.
Pendolari, lavoratori e piccoli operatori economici si trovano così a fare i conti con una spesa complessiva più alta, spesso senza reali alternative di trasporto pubblico efficienti, soprattutto su alcune direttrici extraurbane.
Un indicatore particolarmente utile per valutare il peso dei pedaggi è il costo ogni 100 km, che consente di confrontare tratte di lunghezza diversa.
Da questo punto di vista, l’indagine mette in luce situazioni critiche: la tratta Novara Est-Milano Ghisolfa supera i 14 euro ogni 100 km, mentre la Torino Rondissone-Novara Ovest si avvicina ai 14 euro.
Anche in diverse tratte del Lazio, della Campania e lungo l’Adriatico il costo supera stabilmente i 10 euro ogni 100 km, livelli che collocano molte autostrade italiane tra le più care, indipendentemente dagli aumenti entrati in vigore nel 2026.
Circa un terzo delle tratte analizzate non registra alcun aumento nel 2026.
È il caso di diversi collegamenti nel Nord-Ovest, nel Centro Italia e soprattutto in Sicilia, dove alcune autostrade restano gratuite.





















