È comune imbattersi in annunci di lavoro senza il dato della retribuzione prevista.
Più che di conflitto generazionale, sembra trattarsi di un gioco di ruoli: chi si trova dalla parte del reclutatore, tende a pensare che sia maleducato chiedere lo stipendio prima ancora di iniziare il colloquio; invece dall’altra parte, c’è chi non ha voglia di perdere tempo in un colloquio che sa già non accetterà per via di uno stipendio troppo basso rispetto alle sue aspettative.
A risolvere la controversia, come fa sapere quifinanza, ci ha pensato la Direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva.
Questa verrà recepita entro il 30 giugno dagli Stati e così da luglio ogni offerta di lavoro dovrà mostrare in chiaro la retribuzione prima della fase di colloquio.
L’Italia ha recepito la Direttiva europea 2023/970 (il cui scopo è rafforzare la parità retributiva tra uomo e donna per la stessa posizione o posizioni differenti di pari valore); il Consiglio dei Ministri ha approvato lo scorso 30 aprile il decreto legislativo che obbligherà le aziende a comunicare le informazioni salariali prima del colloquio.
Dal 30 giugno, per le aziende che pubblicano annunci di lavoro, scattano una serie di nuove regole come:
- comunicare le informazioni salariali prima del colloquio;
- divieto di domandare al candidato quanto guadagnava in precedenza;
- trasparenza sulla progressione retributiva.
Resta invece l’esenzione dall’obbligo di giustificare l’applicazione di superminimi, ovvero la quota aggiuntiva sul tabellare del contratto collettivo nazionale di lavoro che viene riconosciuta al singolo dipendente per particolari meriti.
L’Italia fa bene con la direttiva europea ed è, insieme alla Slovacchia, l’unico Paese ad aver completato l’iter di recepimento. L’applicazione è parziale invece in Polonia e in Belgio, mentre i restanti Paesi sono ancora in fase di elaborazione delle norme.
In Italia spesso si finisce per fare un colloquio per un lavoro del quale non si conosce quanto si guadagnerà. Secondo l’Indeed Hiring Lab, il dipartimento di ricerche economiche della piattaforma Indeed, solo il 36% degli annunci pubblicati indica la retribuzione prevista (poco più di uno su tre).
Si tratta di un dato in miglioramento rispetto al 2025, quando appena il 20% delle offerte di lavoro rendeva noto il guadagno. Nel dato positivo c’è però un’analisi da fare, ovvero che molti di questi annunci dichiarano non il compenso fisso, ma una forbice tra il minimo e il massimo di guadagno. Solo il 10% degli annunci riporta invece il salario preciso, con l’importo esatto netto o lordo.
Tra l’altro, non tutte le forbici di salario sembrano avere senso secondo i dati di Indeed:
“la mediana dei range corrisponde al 50% del limite inferiore, quindi un annuncio che indica 3.000 euro al mese tipicamente arriva fino a 4.500”.
Il problema di avere un range così elevato rende quasi inutile l’informazione fornita perché, per sapere quanto si guadagnerà davvero, bisogna affrontare un colloquio che alla fine potrebbe non interessarci per l’importo minore indicato. In questo modo la trasparenza che risulta in Italia in realtà non corrisponde a una reale trasparenza.
Indeed ha messo a confronto anche i dati relativi ad altri Paesi europei e quello che emerge mostra un divario piuttosto elevato nella gestione degli annunci di lavoro.
Paesi come Germania e Spagna si collocano molto in basso, con rispettivamente il 12% e il 17% di annunci che indicano lo stipendio.
La trasparenza salariale è invece osservata in modo più netto in aziende con sede in Irlanda, Francia e Paesi Bassi, che oscillano con percentuali tra il 39% e il 48%.
Primo per trasparenza è però il Regno Unito, dove più della metà delle aziende (56%) riporta sui siti di annunci di lavoro o sul proprio portale non solo il ruolo, ma la retribuzione corrispondente.





















