Il Decreto Lavoro approvato dal governo in occasione della Festa dei Lavoratori introduce il cosiddetto “salario giusto”.
Si tratta del trattamento economico complessivo stabilito, come riporta skytg24, sulla base dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale.
Una misura che punta a garantire che nessun lavoratore e nessuna lavoratrice vengano pagati meno dei livelli stabiliti dai contratti.
Un meccanismo ben diverso da quello del salario minimo, al centro delle proposte dell’opposizione di centrosinistra, che viene invece stabilito per legge con un importo fisso, risultando quindi uguale per tutte e tutti indipendentemente dai contratti collettivi.
Secondo il governo, il salario giusto ha l’obiettivo di garantire a lavoratrici e lavoratori una retribuzione adeguata, senza però introdurre una paga oraria legale. Nel Decreto Lavoro, la retribuzione viene considerata “giusta” quando non risulta inferiore ai minimi tabellari stabiliti dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro più rappresentativi: perciò il dipendente dovrà percepire almeno il minimo previsto dal Ccnl. Questo significa che non viene introdotta nessuna cifra fissa.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), il salario minimo è invece “la retribuzione minima che il datore di lavoro è tenuto a corrispondere ai lavoratori dipendenti per il lavoro svolto in una determinata unità di tempo”.
La soglia minima “non può essere fissata a un livello inferiore rispetto a quella stabilita dai contratti collettivi o dagli accordi individuali”.
Come riferisce ancora Ilo, “oltre il 90% dei paesi membri dell’Organizzazione internazionale del lavoro dispone di un sistema di salario minimo”. L’obiettivo della misura è quello di “proteggere i lavoratori da retribuzioni eccessivamente basse”.
Per questo, viene “adottata nell’ambito di altre politiche” per “eliminare la povertà e ridurre le disuguaglianze, comprese quelle tra uomini e donne”.
Il dibattito sul salario minimo si è riacceso ulteriormente dopo l’ultima proposta di legge da parte delle opposizioni di centrosinistra, che hanno presentato una bozza articolata in sette punti per introdurre una soglia minima di 9 euro lordi l’ora.
L’obiettivo è quello di tutelare i lavoratori “poveri” che attualmente hanno una retribuzione inferiore e o non sono coperti da contratti collettivi.
Secondo i dati Ocse 1991-2023, nei grandi Paesi industrializzati le retribuzioni reali sono cresciute in media del 25%: in Francia e Germania si parla di oltre il 30%. Gli stipendi in Italia invece sono scesi del 3,4%.
Negli altri Paesi europei, i salari hanno registrato aumenti e hanno retto il peso dell’inflazione con politiche pubbliche. Come evidenziano i numeri Ocse, nel nostro Paese invece dall’agosto 2021 i salari hanno perso l’8% del potere d’acquisto.
“Bisognerebbe evitare che col salario giusto non si voglia discutere di salario minimo.
L’Italia ha i salari più bassi d’Europa, nonostante ci sia la contrattazione”.
A dirlo è stato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, a Sky Tg24 Live In.
“La Germania, che ha contratti nazionali, sta portando il salario minimo da 13,5 euro verso i 15 euro all’ora per cui non è detto che le due cose non possano coesistere”, ha aggiunto.
“Io non ho mai pensato a una cosa alternativa alla contrattazione”, ha sottolineato Landini, ma “a un certo punto, sarebbe utile un sostegno legislativo per la validità erga omnes, per dare ai contratti valore di legge che cancelli i contratti pirata, cosa che ad oggi non c’è”.





















