Diocesi di Matera-Irsina: ecco il messaggio per il tempo di Avvento di Monsignor Pino Caiazzo

Alla vigilia della solennità di Cristo Re dell’Universo con la quale si chiude l’anno liturgico Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina, ha indirizzato ai fedeli il  messaggio per il tempo di Avvento:

“Carissimi,

attraverso il tempo di Avvento ci prepariamo a celebrare il S. Natale di Gesù, segno della nostra speranza: Dio si fa uomo oggi e viene nella nostra umanità fortemente segnata da paure, tensioni e scoraggiamenti.

Guardare con occhi nuovi la storia

Siamo invitati a cogliere il passare di Dio in questa nostra storia, ritrovando fiducia e sfuggendo la tentazione di chiusure e pessimismi.
Durante la pandemia pensavamo che “niente sarebbe stato più come prima”, confidando in un’evoluzione positiva: la solitudine è la condizione perché l’uomo si ponga il problema dell’uomo, così diceva Martin Buber1.

Pertanto, auspicavamo di rientrare in noi stessi per guardare con occhi nuovi la Storia e l’uomo, costruire un’umanità nuova abbattendo muri e steccati, realizzare ponti di umanità sui quali poter attraversare mari e terre, per incontrarci come unico popolo. E, invece, siamo sprofondati in un conflitto bellico, – proprio nel cuore della nostra Europa -, in una escalation di arroganza e prepotenza che alimentano il delirio di dominio, da una parte, e il ricorso agli armamenti, dall’altra.

Muro contro muro, senza possibilità di mediazioni per costruire relazioni di pace.
Sanzioni inflitte da una parte e, dall’altra, il ricatto del pane (impedendo alle navi di partire per portare grano e cereali ai popoli più poveri) e dell’approvvigionamento energetico, mettono seriamente in crisi milioni di famiglie! Aumento delle sanzioni da una parte e minaccia nucleare dall’altra!

Tutti i vescovi europei (COMECE: Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea), sull’esempio di Papa Francesco, hanno espresso la loro “profonda tristezza per le orribili sofferenze umane inflitte ai nostri fratelli e sorelle in Ucraina dalla brutale aggressione militare voluta dalle autorità russe”2.

Ma quanta tristezza apprendere che almeno 100mila giovani russi hanno perso la vita senza conoscere il vero motivo per cui sono andati a combattere! Quante mamme, da una parte e dall’altra, piangono i loro figli!
In questo scenario così triste e, a tratti apocalittico, non intendiamo perdere la fiducia che vorremmo, al contrario, rafforzare, accogliendo e meditando il messaggio sul Mistero del Natale di Gesù.

L’Adventus: cosa sta accadendo?

Questo è il tempo in cui viviamo l’Adventus, cioè il richiamo che qualcosa che sta davanti a noi – o a qualcuno che sta prima di noi – sta per accadere.

Quest’anno in cui l’Adventus è così carico di apprensione, viene chiesto a noi credenti di aprire un maggior credito al Dio della storia, Lui che fa nuove tutte le cose, Lui che ravviverà speranza e fiducia affinché si operi per il bene personale e di tutta l’umanità.

Comprendiamo, allora, che Adventus, oggi più che mai, oggi più di ieri, significa una precisa certezza: Dio non ci ha abbandonati, non siamo soli ma Lui è con noi. E d’altronde il nome Emmanuel, che sentiremo nella Parola che sarà proclamata in preparazione al Natale, significa esattamente: “Dio con noi”.

Soprattutto quest’anno, dobbiamo considerare l’Avvento come un tempo di grazia per tutti. Ascoltando e meditando le letture delle quattro domeniche che precedono il Natale ci renderemo conto che viviamo in un contesto che ha messo da parte Dio, lo ha completamente dimenticato.

La voce della Chiesa – del Papa e dei Pastori – sembra quella di Giovanni Battista che grida nel deserto: il suo è un grido di conversione, di ritorno a Dio, attraverso la bella notizia incarnata nel seno di Maria dove la Parola si fa carne! Voce che sembra cadere nel vuoto, appunto nel deserto della storia. Tranne quando la rievocazione di quella voce fa comodo per manipolare e usare il prossimo.

Diceva l’allora card. J. Ratzinger al Meeting di Rimini il 1° settembre del 1990: “Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana. E per questo, tutto ciò che è fatto dall’uomo, all’interno della Chiesa, deve riconoscersi nel suo puro carattere di servizio e ritrarsi davanti a ciò che più conta e che è l’essenziale”.

Nascerà Gesù “nei cantieri di Betania”?

Ma noi, come tutti, ci chiediamo: può nascere Gesù in questo scenario di morte e distruzione? Dove troverà una culla capace di accoglierlo?
Con lo sguardo verso la guerra in Ucraina, l’analisi dei vescovi europei diventa denuncia, allarme, impegno concreto e dice, senza mezzi termini, che “La guerra della Russia contro l’Ucraina sta causando gravi conseguenze sulla popolazione dell’UE e non solo.

L’eccessiva dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas da un unico fornitore ha permesso alla Russia di utilizzare le proprie forniture energetiche come un’arma. Ciò ha rafforzato l’insicurezza energetica in tutta Europa. Di conseguenza, l’impennata dei prezzi dell’energia si ripercuote sulla società nel suo complesso, colpendo in particolare i più vulnerabili”3.

Nel cammino sinodale che stiamo facendo come Chiesa italiana, attraverso “I cantieri di Betania” abbiamo l’opportunità di volgere lo sguardo verso l’umanità intera con l’occhio della misericordia, l’orecchio di chi ascolta, il gusto della fraternità, il profumo della speranza che non muore, le mani che lavorano, investendo con cuore, mente, fatica, sudore e rinnovato entusiasmo.

È in questi cantieri che Gesù torna a nascere! Invitati a guardare la miseria di Betlemme dove il bue e l’asinello insegnano a noi uomini come coccolare, difendere, riscaldare la vita; invitati a guardare i pastori, scarto della società, da affiancare nel cammino affinché anche noi “vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2,15).

Questo significa che non sarà veramente Natale se resteremo a gingillarci tra nenie, luminarie e personaggi del presepe, anziché adorare il “Dio carne”, Dio che torna a farsi carne ancora oggi e chiede cura e chiede aiuto.

Siamo tutti invitati a lavorare nei cantieri aperti abitati costantemente dal suo sguardo!

È nel buio che si avverte l’urgenza della luce: luce che illumini le coscienze e ci porti ad essere operai responsabili che ergono mura di fraternità, convivenza, giustizia necessarie e indispensabili per una pace vera e duratura. E a questo compito ineludibile noi cristiani siamo chiamati non in nome di una vaga amicizia, ma del nostro amore in Lui, per Lui che ci fa “tutti e insieme”.

E ci viene in soccorso, quasi a rafforzare le ragioni di quel compito ineludibile, la parola cattolicesimo: dal greco katholikòs (καϑολικός) che vuol dire generale, universale, in opposizione a ogni forma di contrapposizione etnica o territoriale. La sua vocazione è all’ecuméne (οἰκουμένη), alla universalità e alla reintegrazione nell’unità di ciò che, nel tempo del peccato, vive disperso e separato come le dodici tribù di Israele.

Operai responsabili nel contribuire a costruire l’edificio della fraternità, della convivenza, della giustizia necessaria e indispensabile per una pace vera e duratura.

Dal Congresso Eucaristico: sguardo nuovo sulla nostra vita

Il recente Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Matera dal 22 al 25 settembre scorso, conclusosi con la visita pastorale di Papa Francesco, ci ha insegnato che è possibile ritornare al gusto del “tutti e insieme” per fronteggiare la vita, se “ritorneremo al gusto del pane eucaristico”, Cristo Gesù, che andrà contemplato in modo nuovo perché risulti sempre vivo il suo Natale.

Papa Francesco ci ha detto nella messa concelebrata allo Stadio: “Ecco allora la sfida permanente che l’Eucaristia offre alla nostra vita: adorare Dio e non sé stessi, non noi stessi. Mettere Lui al centro e non la vanità del proprio io. Ricordarci che solo il Signore è Dio e tutto il resto è dono del suo amore. Perché se adoriamo noi stessi, moriamo nell’asfissia del nostro piccolo io; se adoriamo le ricchezze di questo mondo, esse si impossessano di noi e ci rendono schiavi; se adoriamo il dio dell’apparenza e ci inebriamo nello spreco, prima o dopo la vita stessa ci chiederà il conto. Sempre la vita ci chiede il conto.

Quando invece adoriamo il Signore Gesù presente nell’Eucaristia, riceviamo uno sguardo nuovo anche sulla nostra vita: io non sono le cose che possiedo o i successi che riesco a ottenere; il valore della mia vita non dipende da quanto riesco a esibire né diminuisce quando vado incontro ai fallimenti e agli insuccessi”

…i nuovi poveri relegati nei cantieri dell’immoralità

Sono tutte le nuove povertà, non solo economiche, che Papa Francesco ha chiaramente messo in evidenza. Quando il cuore dell’uomo diventa di pietra, non circola più amore ma grette chiusure alimentate da interessi personali, di gruppi, di associazioni, di politici. Viene seminato discredito, paura, si coltiva l’ingiustizia calpestando la dignità umana per cui la persona è ritenuta un numero o criminale5.

La crisi economica che stiamo vivendo si è ulteriormente aggravata. Nessuno meglio dei 40 centri Caritas dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina lo può sapere.

E sempre Papa Francesco ci ha lasciato questo testamento: “Cari fratelli e sorelle, è doloroso vedere che…: le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono – tutte queste cose – lasciarci indifferenti. E allora oggi, insieme, riconosciamo che l’Eucaristia è profezia di un mondo nuovo, è la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci perché accada un’effettiva conversione: conversione dall’indifferenza alla compassione, conversione dallo spreco alla condivisione, conversione dall’egoismo all’amore, conversione dall’individualismo alla fraternità”6.

È tutto così immorale, soprattutto perché sono i poveri a pagarne maggiormente le conseguenze. A questi si aggiungono altri, vittime dell’economia moderna, frutto di scelte sbagliate, perpetuate nel tempo. In questo scenario si continua, purtroppo, ad aprire nuovi cantieri che creano illusioni e, soprattutto nei nostri giovani, innestano alienazioni.

A loro e alle tante fragilità spesso mi rivolgo e ribadisco con forza che il Natale è la feritoia da cui, nel buio più assoluto, si sprigiona un bagliore imponderabile, consolatore, capace di curare ferite aperte, purché gli sia concesso di sfiorarci. Ribadisco che la loro energia è il nostro presente e, quindi, il futuro e per questo ce ne dobbiamo prendere cura nella certezza che, come diceva Don Lorenzo Milani, “non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e fede pensando all’ingiustizia sociale”7.

A ciò si aggiunga che stiamo assistendo a uno spettacolo indecoroso sull’immigrazione. Chi paga sono sempre i poveri, non certamente gli scafisti o chi sfrutta la situazione per arricchirsi. Invece di combattere la criminalità si penalizzano vite indifese, provate e deboli. Una situazione drammatica, non degna di una civiltà evoluta come quella europea.
Per noi Gesù è la luce che viene nel mondo e porta la pace. Noi accogliendo la Luce diventiamo luce nei luoghi che abitiamo quotidianamente, seminando pace, fraternità, accoglienza.

…la frammentazione della vita

Già nel 1982 i vescovi italiani denunciavano quegli anni bui, non come frutto del destino, ma conseguenza della frammentazione della vita che ci spingeva ad isolarci mettendoci l’uno contro l’altro8. Oggi questo fenomeno è ancora più visibile. Da qui una sempre più crescente disaffezione all’impegno sociale, politico, civile, ecclesiale che non ci sta permettendo di lavorare seriamente per il futuro.

Un cantiere in modo particolare va aperto: quello delle nostre case! Il clima che stiamo respirando a diversi livelli è di chiusura. Chiusura ad ogni forma di relazione dove la diffidenza, la sfiducia, la calunnia si fanno strada perpetrando una conflittualità continua.

Il cantiere aperto nelle nostre case ci chiede di lavorare assiduamente per ristabilire relazioni familiari fra marito e moglie, tra figli e genitori, tra fratelli, tra vicini di casa, tra i banchi della Camera e del Senato.

Oggi, più che mai, da più parti, compresi coloro che si definiscono solo “greci” – quindi, né cristiani né atei, come Umberto Galimberti di cui il pensiero che segue – ci viene chiesto di agire con coscienza dove coscienza non sta solo nell’agire secondo i “propri” principi, valori, convinzioni ma, stando all’etimo (cum scire, mettere insieme, conoscere insieme), nel farsi carico di tutte le istanze sociali, di tutte le aspettative di un mondo circostante.

Ma noi, come credenti, diciamo molto di più: “La coscienza deve essere educata e il giudizio morale illuminato. Una coscienza ben formata è retta e veritiera. Essa formula i suoi giudizi seguendo la ragione, in conformità al vero bene voluto dalla sapienza del Creatore. L’educazione della coscienza è indispensabile per esseri umani esposti a influenze negative e tentati dal peccato a preferire il loro proprio giudizio e a rifiutare gli insegnamenti certi”9.

Questo tempo di Avvento diventa per tutti un momento di forte riflessione per ritrovare la nostra umanità, bisognosa di scrollarsi di dosso tante incrostazioni che il tempo ha fatto sedimentare, rendendo la nostra convivenza difficile, caotica e aggressiva. Bisogna riaccendere la speranza dentro ognuno di noi come fiamma che arde, illumina, riscalda. Significa ritrovare la strada del nostro cammino.

Urge ricostruire il nostro tessuto sociale, politico, economico e familiare, che si sta sempre più sgretolando. E che dire della sfiducia verso il futuro, che sta condizionando non poco i nostri giovani? Le cifre pubblicate in questi giorni dalla Fondazione Migrantes10 sono allarmanti: è in atto un’emorragia di vite che abbandonano la nostra regione, impoverendola inesorabilmente.

La Sanità locale sta diventando una costante preoccupazione per tutti. Ribadisco quanto già espresso in altre circostanze. In questi giorni, sto seguendo con grande apprensione le vicende concernenti l’Ospedale “Madonna delle Grazie” di Matera.

Sento di esprimere e condividere la preoccupazione che tutti gli abitanti della città e provincia stanno manifestando di fronte alla fragilità e ai ritardi del sistema sanitario. E’ inverosimile pensare che alcuni presidi sanitari di fondamentale importanza possano essere ridimensionati o trasferiti altrove. Come pastore, a nome della Chiesa che mi è stata affidata, invito ancora una volta il mondo della politica a proporre, a chi ha il potere decisionale, di fissare nuovi parametri e priorità nel fare le scelte11.

Chiesa eucaristica che ritorna al gusto del pane

Una Chiesa in cammino, eucaristica. Una Chiesa che esce dal solo culto rituale e che, grazie al “si” di Maria e di Giuseppe che hanno permesso che il Figlio di Dio si facesse carne, entra nella storia e si lascia illuminare dal Bambinello, diventando luce a sua volta. “Sogniamo una Chiesa così: una Chiesa eucaristica. Fatta di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza.

Una Chiesa che si inginocchia davanti all’Eucaristia e adora con stupore il Signore presente nel pane; ma che sa anche piegarsi con compassione e tenerezza dinanzi alle ferite di chi soffre, sollevando i poveri, asciugando le lacrime di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti. Perché non c’è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti “Lazzaro” che anche oggi ci camminano accanto. Tanti”12!

Una Chiesa, la nostra, che vive l’attesa del Signore che viene, pronta ad accogliere Gesù nei territori parrocchiali, pronta a rompere gli argini o i limiti delle parrocchie, aprendo i porti della carità, della fraternità, vincendo ogni forma di burocrazia, affinché ognuno possa trovare quel gusto del pane spezzato, condiviso, dal profumo intenso e insostituibile.

L’Avvento che ci apprestiamo a vivere sia tempo di scrutatio per ascoltare la voce di Dio nell’oggi della nostra storia, per guardare con l’occhio della carità ogni vita, ogni forma di vita, adorarla nella misura in cui è riflesso di una luce più grande e possente, danzare al ritmo di un canto antico ma sempre nuovo: quello dell’amore scritto, musicato, cantato e ballato da Dio che si è fatto come noi.

Mi piace chiudere questo messaggio ancora con le parole di Papa Francesco: “da questa città di Matera, “città del pane”, vorrei dirvi: ritorniamo a Gesù, ritorniamo all’Eucaristia. Torniamo al gusto del pane, perché mentre siamo affamati di amore e di speranza, o siamo spezzati dai travagli e dalle sofferenze della vita, Gesù si fa cibo che ci sfama e ci guarisce.

Torniamo al gusto del pane, perché mentre nel mondo continuano a consumarsi ingiustizie e discriminazioni verso i poveri, Gesù ci dona il Pane della condivisione e ci manda ogni giorno come apostoli di fraternità, apostoli di giustizia, apostoli di pace. Torniamo al gusto del pane per essere Chiesa eucaristica, che mette Gesù al centro e si fa pane di tenerezza, pane di misericordia per tutti. Torniamo al gusto del pane per ricordare che, mentre questa nostra esistenza terrena va consumandosi, l’Eucaristia ci anticipa la promessa della risurrezione e ci guida verso la vita nuova che vince la morte”13.

Quali auguri?

Carissimi, auguro a tutti di vivere questo tempo di Avvento in un cammino sinodale che ci permetta di lavorare nei cantieri aperti per appianare la strada che davanti a noi appare difficile e piena di enormi difficoltà. Con il contributo e l’impegno di ciascuno saremo capaci di costruire la strada della fiducia, della convivenza rispettosa, della pace, bandendo ogni forma di lotta e di guerra, della giustizia.

All’Emmanuele, il Dio con noi, chiediamo che ritorni ad abitare nei nostri focolari domestici, riaccenda il fuoco dell’amore. “La Madonna, Vergine dell’Avvento, ci aiuti a non considerarci proprietari della nostra vita, a non fare resistenza quando il Signore viene per cambiarla, ma ad essere pronti a lasciarci visitare da Lui, ospite atteso e gradito anche se sconvolge i nostri piani”.

Buon cammino d’Avvento”.

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