Domenica 8 Novembre 2026 ore 18.00 nella suggestiva Chiesa barocca del Purgatorio di Matera, il MIP – Matera International Photography APS-ETS; proseguendo il proprio impegno nella ricerca, nella progettazione culturale e nella promozione dei linguaggi artistici contemporanei presenta Il Tuffatore Nomade – Opera in bilico in attesa di caduta, progetto artistico di Costabile Guariglia, a cura di Carla Cantore.
La mostra visitabile fino al 10 Gennaio 2027, è stata realizzata in collaborazione con la cooperativa Oltre l’Arte e con il supporto della Fondazione Orchestra Sinfonica di Matera, dando vita a un confronto tra ricerca plastica, stratificazione materica e dimensione sonora all’interno di uno dei luoghi più significativi del patrimonio storico e architettonico della città.
L’esposizione si inserisce nel programma di Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026, contesto che promuove il confronto tra culture e territori, ponendo al centro la pluralità delle identità, la circolazione dei linguaggi e le relazioni che attraversano il Mediterraneo.
È in questo orizzonte che il progetto di Guariglia incontra il mare, non soltanto come spazio geografico, ma come territorio simbolico di passaggi, incontri e trasformazioni, luogo in cui ogni approdo porta con sé la memoria di una partenza e ogni movimento apre alla possibilità di una nuova identità.
In occasione dell’inaugurazione, in programma Domenica 8 Novembre alle ore 18:00, la componente performativa entrerà in dialogo con l’opera e con lo spazio espositivo attraverso l’intervento di Piero Leccese, danzatore e coreografo, accompagnato al violoncello da Michelangelo Abbate.
Il corpo in movimento e la presenza sonora si intrecceranno in una relazione dinamica con l’opera, attivando nuove possibilità di percezione e di attraversamento dello spazio.
Al centro della ricerca si colloca l’istante che precede il tuffo: un tempo sospeso nel quale il corpo ha già abbandonato la terra, senza aver ancora incontrato l’acqua.
La partenza è avvenuta, ma l’approdo resta sconosciuto.
Non è più possibile ritornare alla condizione originaria; non è ancora dato sapere quale forma assumerà quella futura.
In questo intervallo, sottratto alla stabilità del prima e alla certezza del dopo, Guariglia individua una figura emblematica del presente: una condizione di precarietà e attesa nella quale le trasformazioni individuali e collettive ridefiniscono continuamente i confini dell’identità.
L’opera si inserisce nella ricerca dell’artista sulle Terre Immerse, intese come luoghi fisici e simbolici nei quali la memoria continua a operare anche quando le sue tracce sembrano definitivamente scomparse.
Resine, sabbie, pigmenti e stratificazioni materiche compongono superfici attraversate dal tempo, nelle quali affiorano sedimentazioni, erosioni e frammenti di storie non più interamente ricostruibili.
La materia non si limita a costituire il corpo dell’opera: diviene testimonianza, deposito e custodia di ciò che permane sotto la superficie.
Si configura così come un archivio instabile, nel quale il passato non è mai del tutto concluso e ciò che è stato sommerso continua a esercitare la propria presenza sul presente.
Il percorso espositivo di Costabile Guariglia si sviluppa attraverso occasioni di confronto in ambito nazionale e internazionale.
Nel 2005 l’artista partecipa alla XII Biennale Internazionale dei Giovani Artisti, a cura di Achille Bonito Oliva, presso Castel Sant’Elmo, a Napoli, e presenta Aesthetics of Faith, a cura di Elmar Zorn, presso la Galleria Espositiva della Regione Campania a New York.
Seguono David’s (2013), a cura di Fabio Campagna, alla Corpo6 Gallery di Berlino; Parallelism (2019), a cura di Tim Wos e Sula Zimmerberger, al Künstlerhaus di Vienna; e Pietas (2024), a cura di Alfonso Amendola, presso il Forum Austriaco di Cultura di Roma.
Queste esperienze delineano una ricerca che attraversa geografie e contesti culturali differenti, mantenendo al centro la relazione tra materia e immagine, la persistenza delle stratificazioni simboliche e la capacità dell’arte di interrogare le contraddizioni del proprio tempo.
In questa prospettiva, il Mediterraneo assume il valore di un paesaggio insieme concreto e mentale: uno spazio attraversato da migrazioni, commerci, esili e ritorni, nel quale le culture si incontrano, si sovrappongono e si trasformano senza perdere interamente la propria singolarità.
È un mare che unisce e separa, che custodisce memorie e produce fratture, che rende possibile l’incontro ma espone anche alla perdita.
La figura del tuffatore si carica, pertanto, di una duplice valenza.
Da un lato, rappresenta il corpo universale posto di fronte all’incertezza del cambiamento; dall’altro, restituisce l’immagine di chi intraprende un viaggio senza poter conoscere in anticipo la natura del proprio approdo.
Il movimento diventa così una condizione esistenziale prima ancora che fisica: esporsi all’ignoto significa accettare la possibilità che l’esperienza trasformi radicalmente ciò che si era prima della partenza.
La scelta della Chiesa del Purgatorio, nota anche come Chiesa delle Anime Sante, non costituisce un semplice riferimento architettonico, ma partecipa alla costruzione del significato dell’opera.
La dimensione spirituale del luogo, storicamente legata all’attesa, alla transizione e al passaggio, entra in risonanza con la condizione del corpo sospeso.
Il Purgatorio si offre come figura di uno spazio intermedio, un territorio del non ancora, nel quale ciò che è stato non si è definitivamente dissolto e ciò che sarà non ha ancora assunto una forma compiuta.
All’interno di questa soglia, il tuffatore di Guariglia sembra abitare un tempo sottratto alla risoluzione, nel quale la caduta non coincide necessariamente con la fine, ma può rappresentare l’apertura verso una trasformazione possibile.
L’architettura sacra non fa dunque da semplice sfondo alla scultura: ne amplifica le tensioni, accogliendo il visitatore in un luogo dove materia, spiritualità e percezione si interrogano reciprocamente.
Il visitatore è invitato a entrare in un ambiente nel quale i confini tra osservazione e partecipazione si fanno progressivamente più permeabili.
Il percorso espositivo assume la forma di un attraversamento percettivo: un’esperienza in cui materia, suono e spazio sollecitano una sospensione delle coordinate abituali e invitano a sostare nell’incertezza.
Anche l’uscita acquista un valore simbolico.
Non rappresenta semplicemente il ritorno al mondo esterno, ma una forma di riemersione nella quale il passaggio compiuto lascia le proprie tracce.
Ciò che riaffiora non è mai identico a ciò che si era immerso: porta con sé la memoria del percorso, le trasformazioni subite, le immagini raccolte lungo il cammino.
Come dichiara la curatrice Carla Cantore Docente Master Universitario di II livello in Neuroestetica, Dipartimento di Medicina dei Sistemi della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata; il nucleo concettuale dell’opera risiede nella possibilità di abitare l’incertezza, riconoscendo nella sospensione non una condizione di mancanza, ma una forma di conoscenza.
È proprio nell’intervallo, nel tempo che separa la partenza dall’approdo, che l’esperienza si sottrae alle definizioni definitive e rivela la propria capacità generativa.
Con Il Tuffatore Nomade – Opera in bilico in attesa di caduta, Costabile Guariglia costruisce un’immagine essenziale e stratificata, nella quale il gesto del tuffo si apre a una riflessione sulla memoria, sul movimento e sulla fragilità delle identità contemporanee.
Non la rappresentazione di una caduta, dunque, né la promessa di un approdo definitivo, ma la permanenza in quell’intervallo nel quale ogni esito resta ancora possibile.
Il corpo sospeso diventa l’immagine di una condizione condivisa: essere costantemente esposti al mutamento, attraversare soglie senza poter conoscere interamente ciò che attende oltre, riconoscere nella precarietà non soltanto una perdita di equilibrio, ma anche una possibilità di apertura.
Nel paesaggio mobile del Mediterraneo, abitare il passaggio significa accettare che nessuna terra sia del tutto immutabile, che ogni identità custodisca tracce di altre identità e che ogni attraversamento lasci una memoria.
È in questa tensione tra permanenza e trasformazione, tra ciò che affiora e ciò che rimane sommerso, che l’opera trova la propria ragione più profonda: nel tempo sospeso di un corpo che non è più sulla terra e non è ancora nell’acqua, esposto all’ignoto e, proprio per questo, ancora capace di trasformarsi.





















