Si è aperta domenica 28 a Casa Cava, nel Sasso Barisano, la mostra fotografico-documentale L’Utopia che non vide la Merica. Dialoghi Mediterranei di Gianni Palumbo.
All’inaugurazione erano presenti il Sindaco di Matera Antonio Nicoletti, la Direttrice Generale della Fondazione Matera Basilicata 2019 Rita Orlando, l’Assessora alla Cultura del Comune di Matera Simona Orsi, il cultore di storia locale Gianni Maragno, l’autore Gianni Palumbo e i sindaci di numerosi comuni dell’hinterland materano.
La mostra ricostruisce il naufragio del piroscafo Utopia, avvenuto il 17 marzo 1891 nelle acque di Gibilterra.
La nave trasportava centinaia di emigranti italiani, molti dei quali lucani e materani, diretti in America. La collisione nel porto causò circa 600 vittime, una delle tragedie più gravi della storia dell’emigrazione italiana, rimasta per decenni ai margini della memoria collettiva.
Il progetto nasce da oltre dieci anni di ricerca archivistica di Palumbo su fonti italiane, britanniche, spagnole e statunitensi, confluita nel 2024 nel saggio L’Utopia tra le nebbie della memoria (Marotta & Cafiero / Mondadori), premiato con la Menzione d’Onore al Premio Letterario Nazionale Città di Grottammare – Franco Loi nel 2025. Il percorso espositivo è strutturato in cinque sezioni: la partenza, la tragedia, i soccorsi, le inchieste e il processo civile, la memoria ritrovata. Sono esposti documenti processuali originali, registri di imbarco, fotografie storiche, mappe della rotta, giornali d’epoca italiani, spagnoli e gibilterrini.
L’iniziativa rientra nel programma di valorizzazione del patrimonio immateriale della Basilicata sostenuto dalla Fondazione Matera Basilicata 2019, nell’ambito dell’anno da Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026. La mostra è aperta al pubblico fino al 13 luglio 2026.
Rita Orlando, Direttrice generale Matera Basilicata 2019, ha dichiarato «Il patrimonio immateriale della Basilicata non è solo riti, musiche, saperi artigianali», dichiara Rita Orlando, Direttrice Generale della Fondazione Matera Basilicata 2019. «La cultura del partire. Generazioni di lucani hanno saputo come si lascia una terra, come si sopravvive lontano, come si tramanda l’assenza a chi resta. Quella storia non si è conclusa: i giovani che oggi lasciano questa terra per studiare o lavorare altrove portano con sé la stessa capacità di cercare un futuro senza perdere le radici.
Quello che Palumbo ha fatto in dieci anni è riportare a casa documenti dispersi in archivi di mezza Europa: una memoria che sembrava perduta e invece era solo lontana. Vale per i documenti in questa mostra. Vale per i giovani che partono oggi: chi sa da dove viene ha sempre una strada per tornare».
Giuseppe Casino, Assessore con deleghe al Contenzioso, Politiche Giovanili, Università ed Internazionalizzazione della Città di Matera: «L’amministrazione comunale sostiene questa mostra, frutto dell’importante lavoro di studio e ricerca di due studiosi materani.
Un’iniziativa che si inserisce pienamente nel percorso di Matera 2026, perché attraverso la ricostruzione della tragedia del mare Utopia restituisce dignità e memoria a una pagina dolorosa della nostra storia, nella quale persero la vita alcuni concittadini di Matera e di Miglionico.
Coltivare la memoria significa preservare la nostra identità collettiva, rendere omaggio a chi ci ha preceduto e trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza del proprio passato».
Gianni Palumbo, autore dell’esposizione e ricercatore: «L’esposizione racchiude in forma sintetica il mio saggio storico, “L’Utopia tra le nebbie della memoria. Appunti di un naufragio”, che a sua volta è figlio di dieci anni di ricerche d’archivio in mezza Europa. E ci racconta, ciò che Pedrag Matvejevic ricordava così: il Mediterraneo è un archivio vastissimo e un sepolcro profondissimo!»
Gianni Maragno, cultore di storia locale: «Il processo per il naufragio del piroscafo Utopia mise a nudo la sproporzione di forze: da un lato l’Anchor Line, sostenuta da capitali ingenti e relazioni influenti; dall’altro, le famiglie degli emigranti, che si appellavano a un’idea astratta di giustizia e avevano come unico patrimonio il lutto per i loro cari.
Su questo sfondo si contrapposero due figure emblematiche: Francesco Crispi — deputato del collegio di Tricarico per quattro mandati consecutivi (1870–1882), già Presidente del Consiglio — la cui autorevolezza fu messa al servizio degli armatori; ed Emanuele Gianturco, l’avvocato di Avigliano, le cui umili origini lo accomunavano ai parenti delle vittime.
La differenza non fu solo di mezzi, ma di stile e di responsabilità morale: Crispi, con la sua fama e con i potentissimi legami politici, accentuò il vantaggio del grande capitale straniero; Gianturco, invece, trasformò la difesa in un atto concreto di solidarietà, devolvendo il proprio onorario» all’associazione delle vittime e incarnando l’idea che la giustizia è prima di tutto un impegno etico.
Il processo non rimase una mera disputa tecnica, ma divenne l’emblema di uno scontro ineguale, dove il prestigio e le risorse del potere rischiavano di sopraffare il dolore dei più deboli, e dove la presenza di uomini come Gianturco si rivelò decisiva per tradurre il diritto in responsabilità umana.





















