SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni Basilicata, insieme alla RSU CallMat di Matera, alzano il livello della mobilitazione e chiedono a tutte le istituzioni e a tutti i soggetti coinvolti di assumersi, fino in fondo, le proprie responsabilità.
“L’incontro con CallMat, convocato a seguito dell’avvio delle procedure di raffreddamento, ha confermato uno scenario gravissimo: l’azienda intende proseguire con l’invio delle lettere di licenziamento per tutti i circa 350 lavoratori del sito di Matera, ritenendo ormai compromesse le condizioni che hanno consentito fino ad oggi di mantenere il progetto produttivo e occupazionale in Basilicata considerato che il committente TIM ha confermato che al 31 dicembre non prorogherà per il sito materano i volumi delle chiamate e per tanto avrebbe deciso di abbandonare e chiudere su Matera.
Dopo oltre due anni di vertenza, incontri, tavoli istituzionali e tentativi di individuare una soluzione, siamo arrivati al punto più drammatico: 350 lavoratori rischiano il posto di lavoro; 350 famiglie rischiano il proprio reddito. Matera rischia di perdere un importante presidio occupazionale”.
I Segretari regionali di Basilicata Anna Russelli (SLC-CGIL), Vincenzo Piccinni (FISTEL-CISL), Giovanni Letterelli (UILFPC-UIL), Pino Giordano (UGL Telecomunicazioni) unitamente alla RSU CallMat attaccano:
“Di fronte a questa situazione, la posizione delle organizzazioni sindacali è netta: Non ci stiamo.
C’è, tuttavia, un elemento che deve essere chiarito e che rende ancora più urgente un intervento di tutti i soggetti coinvolti.
CallMat, in questi anni, ha sempre dichiarato e dimostrato la volontà di restare a Matera, continuare a produrre e mantenere il proprio presidio occupazionale sul territorio. Oggi l’azienda comunica che quelle condizioni non esistono più.
È proprio da questo punto che occorre ripartire.
Se un’azienda dichiara di voler restare, se i lavoratori intendono continuare a lavorare e se sul territorio esistono professionalità, esperienza e infrastrutture, non possiamo limitarci a prendere atto della crisi.
La domanda è una sola: Cosa dobbiamo fare per creare le condizioni affinché CallMat resti a Matera? È questa la responsabilità che chiediamo alla politica, alle istituzioni e, soprattutto, alla committenza. Tim non può restare fuori dalla vertenza.
La riduzione dei volumi legati alla committenza TIM rappresenta uno degli elementi indicati nei tavoli istituzionali alla base della situazione determinatasi.
Per questo TIM deve assumersi la propria parte di responsabilità e partecipare al tavolo della vertenza. Non è accettabile che le conseguenze occupazionali delle scelte della committenza ricadano esclusivamente sui lavoratori e sul territorio.
TIM deve chiarire:
- quali siano le prospettive dei volumi destinati a Matera;
- quali siano le strategie future; quali ricadute occupazionali avranno le proprie scelte;
- se intenda contribuire concretamente alla costruzione di una prospettiva per il sito materano. Non chiediamo dichiarazioni di circostanza.
Chiediamo fatti, numeri, impegni e garanzie.
Non è sostenibile un modello nel quale prima si riducono i volumi, poi si determina una crisi industriale e infine il costo delle conseguenze viene trasferito sui lavoratori.
Questo modello non lo accetteremo.
CallMat ha dichiarato di voler restare. Creiamo le condizioni per farla restare.
Il nostro obiettivo non è lo scontro con CallMat.
Il nostro obiettivo è difendere il lavoro.
Per questo riteniamo che la chiusura del progetto e il licenziamento di 350 persone non possano essere considerati un esito inevitabile.
Se le condizioni industriali non sono più sufficienti, occorre intervenire per modificarle.
Occorre:
- cercare nuovi volumi; verificare nuove commesse; valutare nuove attività;
- utilizzare tutte le opportunità offerte dalla trasformazione digitale; valorizzare le professionalità presenti; costruire una prospettiva industriale che consenta al sito di Matera di continuare a operare.
Questa è la responsabilità che deve assumersi chi ha il potere e il dovere di intervenire.
Ritenere che l’unica soluzione sia chiudere e licenziare significa rinunciare, prima ancora di averle esplorate, alle possibili alternative.
Noi chiediamo invece di percorrere la strada più impegnativa e necessaria:
Salvare il lavoro.
Alla Regione Basilicata: servono atti, non soltanto parole.
La Regione non può limitarsi a registrare l’ennesima crisi occupazionale, né assistere passivamente alla perdita di 350 posti di lavoro.
Non può consentire che una vertenza durata oltre due anni venga lasciata senza una soluzione fino ad arrivare ai licenziamenti.
Chiediamo alla Regione Basilicata di convocare immediatamente tutti i soggetti coinvolti e di pretendere un piano concreto per il mantenimento dell’occupazione.
Non chiediamo solidarietà.
Chiediamo iniziativa politica e istituzionale.
Al Governo e al MIMIT: è il momento di intervenire.
Il Governo nazionale e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy hanno il dovere di intervenire.
La vertenza CallMat non può diventare l’ennesimo dossier aperto, discusso e poi lasciato senza soluzione.
Serve un tavolo nazionale vero, con:
MIMIT – Regione Basilicata – Prefettura di Matera – CallMat – TIM – Organizzazioni Sindacali. Tutti allo stesso tavolo, chiamati ad assumersi le proprie responsabilità e a mettere sul tavolo soluzioni concrete. Perché 350 licenziamenti non possono essere considerati un normale effetto collaterale di una riorganizzazione industriale.
Alla Prefettura di Matera: massima attenzione alla tenuta sociale del territorio.
La Prefettura deve mantenere alta l’attenzione su una situazione che rischia di produrre un pesante impatto sociale. Dietro 350 posti di lavoro ci sono famiglie, mutui, affitti, figli e progetti di vita. Non stiamo parlando di numeri. Stiamo parlando di persone.
Quando un intero sito produttivo rischia di essere cancellato, la questione riguarda inevitabilmente l’intera comunità.
Da oggi la mobilitazione entra in una nuova fase.
SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL TLC Basilicata, insieme alla RSU CallMat di Matera, non accetteranno passivamente questa procedura.
Metteremo in campo tutte le iniziative pacifiche, democratiche e previste dall’ordinamento, coinvolgendo lavoratori, territorio, istituzioni e forze sociali a sostegno dell’occupazione.
La vertenza sarà portata nelle istituzioni, nelle piazze, nelle sedi regionali e a Roma, fino a raggiungere ogni soggetto chiamato a decidere sul futuro dei 350 lavoratori.
Non ci saranno più spettatori.
La pazienza è finita.
Per oltre due anni i lavoratori hanno lavorato, resistito, atteso e partecipato alla vertenza, nella speranza che istituzioni e aziende costruissero una soluzione.
Oggi quella speranza rischia di trasformarsi in 350 lettere di licenziamento.
Di fronte a questo rischio, la nostra posizione è chiara.
Non accetteremo che Matera perda lavoro.
Non accetteremo che 350 famiglie paghino il prezzo di scelte industriali sulle quali non hanno alcuna responsabilità. Non accetteremo che la riduzione dei volumi della committenza diventi automaticamente una sentenza di disoccupazione.
Non accetteremo che un’azienda che ha manifestato la volontà di restare venga lasciata senza le condizioni necessarie per poterlo fare.
E soprattutto: Non accetteremo – tuonano forte e chiaro Russelli, Piccinni, Letterelli, Giordano e la RSU CallMat – che si dica che non c’è alternativa prima ancora di averle cercate tutte.
CallMat ha fatto la sua parte. I lavoratori hanno fatto la loro parte.
Adesso tocca a TIM, alla Regione e al Governo fare la loro.
Perché il lavoro non si difende con le dichiarazioni.
Si difende con le scelte.
E noi quelle scelte continueremo a chiederle e a pretenderle in tutte le sedi.
350 posti di lavoro non sono numeri.
Sono 350 famiglie.
Sono professionalità.
Sono dignità.
Sono il futuro di Matera.
Matera non si arrende.
I lavoratori non si arrendono.
Il sindacato non si arrende.
La vertenza non è finita.
La mobilitazione comincia adesso.
Finché ci sarà un posto di lavoro da difendere, noi saremo lì a difenderlo”.





















